Il Rione Esquilino

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Il palazzo che ospita la struttura è dell’inizio del secolo scorso e si affaccia su Piazza Vittorio, la più grande piazza di Roma, cuore del quartiere che fu costruito ex novo quando Roma divenne capitale del Regno. Il primo Piano regolatore del 1873 è un progetto urbanistico mastodontico che sconvolge il volto della città, per adeguarla al suo nuovo ruolo: scompare la Roma dei Papi e la corona di ville che circondava la città per fare posto alla cosiddetta Roma Umbertina (dal nome del re Umberto I che regnò dal 1878 al 1900), fatta di grandi palazzi di rappresentanza e di quartieri residenziali per gli amministratori dell’apparato burocratico statale.

La costruzione del quartiere sul colle Esquilino, scelto per la vicinanza alla nuova Stazione Centrale e per la scarsa urbanizzazione, porta alla luce reperti archeologici che vengono sistematicamente distrutti (salvo statue, vasellame, rilievi, bronzi e gioielli), le strutture architettoniche rase al suolo, per far posto ad un nuovo impianto urbanistico a scacchiera, in omaggio alla Torino dei Savoia, come sta ad indicare anche il grande porticato, tipico delle città settentrionali. Piazza Vittorio occupa il posto che un tempo era il giardino di Villa Palombara, una delle quindici grandi ville che sorgevano sull’esquilino, dove i nobili romani, seguendo un’antica tradizione classica (sorgevano qui mille anni prima gli horti maecenatis, gli horti liciniani, gli  horti lamiani), realizzavano le loro ville con giardini monumentali. Per costruire la Piazza venne inoltre demolito un sepolcro del I sec. a.C., detta la “casa tonda”, che aveva caratterizzato il paesaggio del colle per diversi secoli. Si salvò soltanto la fontana monumentale detta Trofei di Mario, che oggi si trova sul lato nord della Piazza, uscendo da Domus Victoria, basta attraversare la strada ed entrare nei giardini.

Si tratta di una fontana monumentale, fatta costruire nel 226 dall’imperatore Alessandro Severo e nota nelle fonti romane come Nymphaeum DiviAlexandri, ed è l’unico sopravvissuto dei 15 ninfei monumentali di cui parlano le fonti antiche. Ad essere precisi, si tratta della “mostra dell’acqua Claudia”, costruita al termine dell’Acquedotto Claudio: un grande apparato scenografico che abbelliva l’opera pubblica funzionale alla distribuzione dell’acqua in città. Quello che vediamo oggi è solo lo scheletro in mattoni della fontana, che doveva essere imponente (larga 25 metri, alta almeno 20 metri) e molto ricca, completamente rivestita da lastre di marmo e decorata da numerose statue. Che aspetto aveva? Il ninfeo è rappresentato su un aureo (moneta d’oro) di Alessandro Severo. Una bella ricostruzione risale al 1821, ed è opera di Antoine-Martin Garnaud, uno studentedi Villa Medici.

La facciata doveva essere magnifica. La parte alta era caratterizzata da un grande nicchione centrale (largo 6,50 metri), con le statue forse di Alessandro Severo e della madre Giulia Mamea; ai lati di esso due archi aperti, decorati fino al 1590 dalle statue dei trofei che hanno dato il nome al monumento. Il tutto era concluso in alto da un attico, decorato con una quadriga e altre statue, e in basso da un bacino pensile, dominato al centro da una statua di Oceano sdraiato. Da questo bacino l’acqua scendeva, non si sa bene come, nella parte inferiore della facciata, dove c’erano una serie di nicchie rettangolari e semicircolari (forse decorate da statue), dalle quali sgorgava altra acqua. Tutta l’acqua si raccoglieva in una grande vasca semicircolare, a livello della strada, dove era possibile attingerla.

Per alcuni secoli le grandiose rovine dei “Trofei di Mario” hanno fronteggiato l’ingesso di Villa Palombara, una grande dimora barocca scomparsa alla fine del XIX secolo per la costruzione di Piazza Vittorio, cui si accennava precedentemente. Dall’area della villa, che sorgeva sul luogo degli antichi horti lamiani, provengono molte sculture oggi conservate nei musei romani (Capitolini, Palazzo Massimo, Vaticano): la più importante è la statua del Discobolo, copia in marmo dell’originale bronzeo dello scultore greco Mirone. Nel 1804 la villa diventa proprietà del principe Carlo Massimo. Nel 1873 viene espropriata e distrutta.

Villa Palombara era stata costruita dal marchese Oddo a partire dal 1620. All’epoca del suo successore Massimiliano, uomo molto colto, era diventata il punto di incontro degli amanti degli studi esoterici: nelle stanze della palazzina (a sinistra in un affresco del 1859) si sono incontrati Domenico Cassini, padre Kircher e la regina Cristina di Svezia.

Testimonianza di questi incontri esoterici è la cosiddetta Porta Magica o Porta dell’Oro, che costituiva allora uno degli ingressi secondari al giardino della villa, attualmente rimontata alle spalle della fontana di Mario.

La porta è decorata con iscrizioni in ebraico, latino e alcuni simboli alchemici collegati alla cultura ermetica, ed è attualmente l’unico elemento sopravvissuto dell’intero complesso, che vantava 80.000 mq di parco, di cui l’odierna piazza Vittorio rappresenta solo una piccola parte. Il Marchese di Palombara, come del resto Maria Cristina di Svezia, aveva l’hobby dell’alchimia e passava tutto il suo tempo libero chiuso in laboratorio nella speranza di trovare la formula che trasformasse i metalli e altri materiali vili in oro puro. La leggenda legata alla porta magica narra che un giorno si presentasse alla sua porta un pellegrino che gli assicurò di essere in possesso della formula per ricavare l’oro dalle erbe e chiedeva al Marchese di poter cercare gli ingredienti giusti nel suo giardino. Ottenuto il premesso si mise a raccogliere fasci d’erba, sassi, zeppetti, escrementi di piccione e bruciò tutto in un crogiuolo insieme ad uno trano liquido giallastro. Dicendo che per vedere i primi risultati avrebbero dovuto aspettare il giorno seguente, si chiuse nel laboratorio e si ritirò per conto proprio. Il mattino seguente il pellegrino era sparito e al centro del laboratorio lasciato in subbuglio, aveva disposto un lingotto d’oro e un foglio con la formula per ottenerlo. Il Marchese non riuscì mai più a replicare l’esperimento per proprio conto e quindi decise di iscrivere la formula sulla porta secondare del proprio giardino in modo che qualcuno tra i passanti la potesse un giorno interpretare.

Un altro monumento interessante e poco frequentato che si trova a due passi da Domus Victoria è l’Arco di Gallieno: uscendo dal portone a sinistra e poi ancora a sinistra in via Carlo Alberto, la porta si trova a pochi metri sul lato sinistro della strada.

Rinnovato e monumentalizzato con una rivestitura in travertino per volontà di Augusto, l’Arco si trova attualmente schiacciato tra due palazzi in Via S. Vito, mentre la porta originale risale al periodo più antico della città, quando tra VIII e il VII secolo a.C., quando i popoli latini sul Platino si espansero verso il Quirinale, il Viminale, l’Esquilino e il Celio, fondendosi con i Sabini che vi risiedevano già da secoli.

La porta fa quindi parte della prima cinta muraria della città, le mura Serviane, risalente all’ampliamento della città operato dal re Servio Tullio, di cui rimangono alcuni resti nelle fondamenta della chiesa adiacente dedicata ai santi Vito e Modesto.

La porta originale era a tre fornici, di cui oggi rimane solo quello centrale, più ampio e più alto di quelli laterali, quadrato, decorato con cornici e piloni in stile corinzio, era sormontato da un attico che terminava con un cornicione.

L’Arco fu dedicato a Gallieno – sfortunato imperatore morto per mano dei suoi stessi ufficiali nel 262 d. C. – da Marco Aurelio Vittore, storico romano e prefetto dell’urbe, che vi fece incidere una frase per l’imperatore e per la sua consorte: “A Gallieno, clementissimo principe, il valore invitto del quale è superato solo dalla sua religiosità, e a Salonina, virtuosissima augusta, Aurelio Vittore, vir egregius, devotissimo alla loro maestà”. Una scritta precedente, ancora in parte visibile, era invece dedicata al padre di Gallieno, Valeriano.

Accanto all’Arco di Gallieno si trova la Chiesa dedicata ai Santi Vito e Modesto, che conserva la cosiddetta pietra scellerata, così denominata perché pare fu il luogo del martirio di uno o più santi della primissima era cristiana, anche se la tradizione non ci permette di sapere di quali santi si trattasse. La pietra, murata sull’altare di sinistra all’interno della Chiesa che si trova in via Carlo Alberto, probabilmente in origine era un bassorilievo scolpito o inciso con un’iscrizione, completamente cancellata dalla devozione dei fedeli, che hanno scavato la superficie della pietra fino a renderla liscia e concava, poiché nel Medioevo raschiare la lastra e mangiarne la polvere si pensava costituisse un toccasana contro tutte le malattie!

Altri siti interessanti nel quartiere:

  • Basilica di S. Maria Maggiore
  • Basilica di Santa Prassede
  • San Pietro in Vincoli e Mosè di Michelangelo
  • Teatro dell’Opera
  • Parco del Colle Oppio e Domus Aurea

Piccolo tour enogastronomico senza allontanarsi dalla piazza:

  • Panella – Pane pizza e torte salate – Via Merulana, 54
  • Fassi – Gelato – Via Principe Eugenio, 63/67
  • Vecchia Roma – Trattoria specialità romane – Via Ferruccio, 12B
  • Regoli – Pasticceria – Via dello Statuto, 60
  • Caronte – Brasserie ed enoteca – Via Machiavelli, 23